Mentre l’8ª Armata assumeva il suo schieramento difensivo lungo il Don la 6ª Armata tedesca riprese con successo la sua offensiva in direzione di Stalingrado e durante la prima metà del mese di agosto 1942 superò l’ostinata resistenza della 62ª e 64ª Armate sovietiche e raggiunse in forze l’ansa del Don, costituendo teste di ponte per marciare verso il Volga.
La situazione dell’Armata Rossa sembrava veramente critica e peggiorò ulteriormente nei giorni seguenti: il 23 agosto le unità corazzate tedesche avanzarono direttamente fino al Volga che raggiunsero a nord di Stalingrado, di cui sembrava imminente la rapida conquista.
Mentre la 6ª Armata otteneva questi spettacolari successi e si inoltrava sempre più verso est, Stalin e l’alto comando sovietico tuttavia non avevano rinunciato a resistere ed anche a contrattaccare proprio lungo la linea del Don, difesa dalle armate alleate, per minacciare le comunicazioni dei tedeschi e rallentarne l’avanzata.
Dal 13 al 18 agosto le armate del Fronte di Voronež (generale Nikolaj Vatutin) e quelle del Fronte di Stalingrado (generale Andrej Erëmenko) sferrarono una serie di forti attacchi che misero in difficoltà le difese dell’Asse; i sovietici non riuscirono ad effettuare sfondamenti strategici ma con i loro dispendiosi contrattacchi guadagnarono preziose teste di ponte a sud del Don.

Nel settore ungherese la 40ª Armata sovietica riuscì a costituire una posizione ad ovest del fiume a Korotojak (da cui sarebbe poi partita nel gennaio 1943 la travolgente offensiva Ostrogorzk-Rossoš), mentre più a sud, alla destra degli italiani, la 1ª Armata della Guardia attaccò il 17º Corpo d’armata tedesco ed attraversò il Don a Kremenskaja, ottenendo una seconda testa di ponte.
Infine il 20 agosto, mentre i panzer marciavano verso il Volga, venne attaccato anche il XXXV Corpo d’armata italiano del generale Giovanni Messe da parte delle divisioni della 63ª Armata e della 21ª Armata del Fronte di Stalingrado (guidate dal vice-comandante del fronte, generale Gordov)
Il settore della linea del Don attaccato dai sovietici era difesa da pochi giorni dalla Divisione “Sforzesca” che, non avendo avuto tempo sufficiente per organizzare un efficace sistema difensivo ed essendo inesperta del fronte orientale, era particolarmente vulnerabile e presidiava le posizioni a ovest di Serafimovič con solo due reggimenti di fanteria .
L’attacco della 63ª Armata sovietica, sferrato principalmente dalle unità della 197ª Divisione fucilieri, dopo aver attraversato il Don, mise quindi in difficoltà le difese italiane.
In particolare il 54º reggimento fanteria, schierato sul fianco destro nel settore di Bobrovski già in parte occupato dai sovietici, mostrò segni di cedimento e dovette arretrare.
Il 21 e il 22 agosto l’offensiva sovietica si estese sul fianco sinistro, difeso dal 53º reggimento; i reparti della Sforzesca furono costretti a ripiegare su una linee più arretrata incentrata sui due capisaldi di Jagodnij e Čebotarevskij per sbarrare le vie di accesso attraverso le valli dei fiumi Krisaja e Zuzkan che avrebbero potuto permettere al nemico uno sfondamento in profondità.
Il ripiegamento si svolse nella confusione e ci furono fenomeni di panico; in particolare i battaglioni del 54º reggimento si disgregarono, e solo i resti disorganizzati raggiunsero le nuove posizioni intorno a Ceboratevskij.
Il comando dell’8ª Armata dovette intervenire per evitare un crollo e sostenere il XXXV Corpo d’armata; quindi la Divisione Celere, pur esausta dalle precedenti operazioni, dovette nuovamente affluire in prima linea, insieme al Battaglione Alpini Sciatori “Monte Cervino”, alla Legione croata ed al 179º Reggimento granatieri tedesco, inviato dal 17º Corpo d’armata per rinforzare la 9ª Divisione fanteria “Pasubio”, a sua volta attaccata sulla sinistra della Sforzesca.
Il 23 agosto, giorno dell’arrivo dei panzer del generale Hans-Valentin Hube alla periferia settentrionale di Stalingrado, il generale Messe organizzò un contrattacco per coprire il ripiegamento della Sforzesca e contenere l’avanzata sovietica; i tentativi dei reparti della Divisione Celere e del reggimento tedesco non ebbero successo, mentre le coraggiose cariche dei reggimenti di cavalleria italiani, in particolare l’azione del Savoia Cavalleria a Isbuscenskij, ottennero almeno il risultato di disorganizzare alcuni battaglioni di fucilieri sovietici e rallentare la concentrazione nemica nella testa di ponte di Serafimovič.
Il 24 agosto le due armate sovietiche del Fronte di Stalingrado ripresero gli attacchi in forze soprattutto sul fianco sinistro del precario schieramento italiano; tre divisioni di fucilieri respinsero il 3º Reggimento bersaglieri della Divisione Celere, si avvicinarono al caposaldo di Jagodnij e conquistarono Cebotarevskij, sloggiando i resti del 54º reggimento e di un raggruppamento di Camicie nere.
Il 25 e il 26 agosto la situazione italiana sembrò aggravarsi ancora: i sovietici avevano ora interrotto le comunicazioni tra il XXXV Corpo d’armata ed il 17º Corpo d’armata tedesco e, attaccando lungo il fiume Krisaja, minacciavano anche Jagodnij.
Inoltre, nella notte del 25 agosto il Comando del Gruppo d’armate B, preoccupato dalla situazione e dalle notizie del cedimento italiano, decise di affidare la direzione delle operazioni al generale Hollidt, comandante del 17º Corpo, a cui vennero sottoposte anche le divisioni del XXXV Corpo d’armata italiano.
Questa decisione sollevò immediatamente le proteste del generale Messe e venne ritirata dopo 48 ore, dopo molte polemiche e recriminazioni tra le due parti.
Nel frattempo l’afflusso di nuove riserve (un battaglione bersaglieri ed un reggimento di alpini della 2ª Divisione alpina “Tridentina”) permise alle forze italiane di evitare un disastro strategico.
Il nuovo attacco in forze sovietico, guidato dalla 14ª Divisione fucilieri della Guardia e dalla 203ª Divisione fucilieri, sferrato lungo la valle del Krisaja, ottenne qualche successo iniziale provocando grande allarme nei comandi, ma l’arrivo di nuovi reparti della Divisione Celere, l’intervento dei reggimenti di cavalleria e la resistenza dei capisaldi di Jagodnij e Gorbatovskij permise infine di stabilizzare la situazione sulla linea Bolšoj-Jagodnij.
I sovietici la sera del 26 agosto interruppero gli attacchi e si schierarono sulle importanti posizioni tattiche raggiunte a sud del Don.
Di fronte alla precarietà della situazione tattica nella testa di ponte di Serafimovič, il comando del Gruppo d’armate B decise di sferrare il 1º settembre in direzione di Kotovskij, un contrattacco combinato di formazioni tedesche e dei battaglioni alpini “Vestone” e “Valchiese”, sostenuti da due plotoni di carri L6.
L’attacco condotto con scarsa coordinazione, nel complesso fu un fallimento e i sovietici (quattro divisioni di fucilieri) mantennero le loro preziose posizioni nella testa di ponte che era stata notevolmente ampliata tra Jagodnij e Bolšoj.
Mentre si combatteva accanitamente ad ovest di Serafimovič, il 22 ed il 23 agosto altri reparti sovietici avevano attaccato anche la 3ª Divisione fanteria “Ravenna”, schierata più a nord lungo il medio Don: la divisione perse terreno ed il nemico poté costituire una nuova testa di ponte a Osetrovka, nella pericolosa ansa di Verčne Mamon.
Nonostante nuovi attacchi, i sovietici non poterono proseguire oltre grazie anche all’intervento a sostegno della Ravenna di reparti della vicina Divisione Cosseria, ma l’importante posizione raggiunta a sud del fiume avrebbe permesso in dicembre di sferrare con totale successo l’operazione Piccolo Saturno che avrebbe determinato la disfatta dell’8ª Armata
.La Prima battaglia difensiva del Don si concluse quindi con la perdita di posizioni sulla riva occidentale del fiume e costò dure perdite ai reparti coinvolti: il XXXV Corpo d’armata ebbe oltre 800 morti, 3 900 feriti e 1 700 dispersi, mentre il II Corpo d’armata registrò 72 morti e 300 feriti.
Tuttavia anche le divisioni di fucilieri sovietiche, impegnate con scarso sostegno di artiglieria e carri armati, subirono pesanti perdite e furono costrette ad interrompere gli attacchi senza aver ottenuto un successo strategico.
Nel complesso, tuttavia, queste operazioni evidenziarono la precarietà delle posizioni italiane sul fiume e la loro vulnerabilità ad attacchi in forze, convincendo l’Armata Rossa a pianificare operazioni più importanti proprio contro i fianchi, difesi dai reparti “satelliti”, delle forze tedesche impegnate a Stalingrado