Monzino comunica la notizia con un laconico messaggio: “Vittoria. Raggiunta la cima ore 12.39 locali. Seguiranno notizie”. Mentre i primi salitori riscendono, sale verso il Campo 6 il gruppo di Fabrizio Innamorati, Virginio Epis, Claudio Benedetti e dello Sherpa Sonam Gyaltzen. Il 7 maggio, partiti dall’ultimo campo alle 5.30, anche questi quattro uomini, che salgono faticosamente nella neve alta del versante nepalese per evitare pericolosi distacchi di qualche cornice di cresta, raggiungono la vetta alle 13.15 godendo anch’essi dell’incredibile spettacolo da una cima che domina tutto attorno colossi come il Lothse, il Makalu, la cresta del Nuptse, il gruppo dell’Annapurna e i ghiacciai del Tibet. Gli sforzi però non sono finiti per gli ultimi salitori: il tempo peggiora velocemente e la discesa del gruppo di Innamorati, Epis e Benedetti avviene in maniera quasi drammatica, tra raffiche di vento fortissime e nuvole che si addensano sempre di più. Dopol’Hillary Step, Benedetti e Sonam Gyalzen rimangono senza ossigeno avendone consumato troppo in salita. Epis riesce a dare a Benedetti, accasciato sotto uno sperone di roccia, qualche boccata dal suo boccaglio. Sono attimi terribili.

Da solo Epis (anche Innamorati è allo stremo), con uno sforzo enorme scende per ben due volte a recuperare due bombole semivuote abbandonate durante la salita qualche centinaio di metri sotto, per portarle ai due in crisi e le sostituisce con difficoltà liberando come può le valvole incrostate di ghiaccio. La marcia riprende con difficoltà e con una lentezza enorme e dopo sette ore, con due ore di ritardo sul previsto, ormai al buio i quattro raggiungono il Campo 6 trovandovi però una tenda sepolta dalla neve e l’altra, rimasta aperta, stracciata dal fortissimo vento. Mentre gli altri sono impotenti e semincoscienti per la stanchezza e per l’ipossia, tocca ancora ad Epis liberare a mani nude l’unica tenda rimasta. Stremati dallo sforzo e dal sonno i quattro poi si stringono tutti assieme nella tendina, adattandosi a bivaccare in qualche modo; Innamorati, con un gesto inconsulto dettato dal poco ossigeno, si era intanto tolto i sovrascarponi e non sente più i piedi; è sempre Virginio Epis che, ormai anche lui senza più forze, in qualche modo tenta di riattivargli la circolazione. Epis poi racconterà: “Non so chi o cosa mi abbia aiutato in quell’occasione; non avevo più forze e cercavo solo di mantenermi lucido, ma alla fine ce l’abbiamo fatta”.
La situazione è drammatica; i quattro resistono così per qualche ora cercando di riposarsi, ma è impossibile. Alle prime luci decidono di scendere ancora ed è durante la discesa che i quattro vengono raggiunti dal Dott. Miserocchi e da otto Sherpa e partiti in soccorso con altre bombole di ossigeno e medicine. Questi erano parte del gruppo successivo guidato dal Capitano Stella, che scalpitava, al Campo 5, assieme al Maresciallo Tamagno e al Sergente Maggiore Lorenzi in attesa di salire in cima. Rimessisi in forze, tutti poi riescono a riprendere la discesa, ma ormai è evidente che far salire altre cordate è troppo pericoloso: il persistere delle condizioni atmosferiche proibitive causate dal monsone in arrivo che si preannuncia con violentissime ed improvvise bufere di neve, fa sfumare quindi l’ambizioso progetto di portare sette cordate sulla cima della montagna. L’8 maggio quindi, Monzino, per non mettere a grave repentaglio l’incolumità degli alpinisti, nonostante le loro speranze ed ambizioni decide di concludere tutta l’operazione e richiama a valle le altre cordate pronte per la salita, che con grande rammarico rientrano al Campo Base

Sicuramente per il capospedizione non deve essere stato facile prendere una simile decisione anche contro il parere di molti, ma il rischio di funestare tutta l’operazione con perdite umane è troppo alto e la decisione di Monzino non è negoziabile. A metà maggio tutta la spedizione – nella quale l’impegno dei nostri militari che hanno messo volontariamente in gioco anche la propria vita per rappresentare la Nazione, fu, ancora una volta, massimo – rientra in Italia e i componenti vengono ricevuti al Quirinale dal Presidente Giovanni Leone e in Vaticano da papa Paolo VI; il successivo 2 giugno partecipano alla sfilata sui Fori Imperiali di Roma (foto sotto)

La stampa esalta l’impresa di Monzino con toni come quello dell’articolo di Egisto Corradi, inviato speciale del Corriere della Sera a Kathmandu, che titolerà:
“SENZA PRECEDENTI L’IMPRESA DEGLI ITALIANI SULL’EVEREST. IL DUPLICE SUCCESSO DELLA SPEDIZIONE È UNA PROVA DELL’EFFICIENZA DELLE FORZE ARMATE”.
In effetti, nonostante le polemiche poi scaturite sull’operazione da parte del mondo alpinistico, legate al grande dispiego di forze e mezzi (Edmund Hillary stesso, primo salitore dell’Everest commenterà: “si tratta di un’esercitazione militare…” che “…non ha nulla a che fare con l’alpinismo”) e altre più “nostrane”, dovute a certe decisioni prese e ad un certo dispotismo di Monzino (per altro quasi obbligatorio per poter coordinare una complessa operazione del genere), è innegabile che la spedizione è stata comunque una straordinaria affermazione internazionale (anche di grande importanza scientifica) che ha dimostrato la grande capacità di organizzazione e l’alto grado di preparazione alpinistica degli Alpini e delle nostre Forze Armate in generale.
scritto da Stefano Rossi (©Text Copyright)
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NOTA DELL’ AUTORE

Una nota personale: quando, nel 1984/85, da giovane Tenente in SPE, feci i corsi di alpinismo e sci alla SMALP per diventare Istruttore, i miei insegnanti e mentori di allora erano proprio i Marescialli Virginio Epis, Agostino Tamagno, Claudio Benedetti ed Edoardo Ragazzi, gli “uomini dell’ Everest”.
Sono stati veri professionisti della montagna, a tutto tondo, da cui ho imparato moltissimo; questo articolo è dedicato a loro. A chi è ancora con noi e a chi purtroppo è “andato avanti”.
Cartolina con tutte le firme della spedizione

Cartolina spedita dal S.M.f.Alp.Par.Dario Vallata al collega e amico S.M.f.Alp.Par.Walter Nupieri con le firme dei componenti la Spedizione.